Spirit in the sky

Lo sguardo è fisso verso Ovest, dove la nana gialla che chiamiamo Sole e che a noi sembra tanto grande, è appena scesa sotto l’orizzonte.
Fa molto freddo e ci sarà da aspettare, ma sono preparato e comunque non ho intenzione di rinunciare a fare quello che sto facendo.
Sono dieci giorni precisi che piove ed il cielo è stato coperto al 100% per tutto questo tempo, e non ho avuto nessuna possibilità di dare un’occhiata alle stelle, cosa che adoro fare.
Dall’altra parte, ad Est, la luce che arriva dalla città impedisce di vedere “spuntare” le prime stelle dal tessuto della volta celeste. Mi muovo un po’, cammino perché ho i piedi gelati nonostante i calzettoni e le scarpe pesanti, e siamo a Roma, non a Novosibirsk!
Il tempo passa, come sempre troppo lentamente quando aspettiamo qualcosa, ma passa e magicamente si inizia a vedere qualcosa là in alto, è Betelgeuse e fra poco saranno visibili chiaramente anche Al Nitak, Al Nilam e Mintaka, le stelle della cintura di Orione. Poi arrivano quasi contemporaneamente Rigel, Aldebaran e Giove, che ci fa compagnia da tutto l’inverno. Le stelle del Toro si vedono ormai tutte chiaramente, ed alle mie spalle l’Orsa Maggiore e Polaris sono già dei fari. Peccato che sia presto per vedere l’Orsa Minore, ha delle stelle molto più fioche ma non per questo meno affascinanti.
Intanto è diventata visibile la spada di Orione ed al centro si intuisce, guardandola con un semplice binocolo, la grande Nebulosa di Orione che ci appare come una macchia confusa di cinque stelle molto vicine tra loro.
Ma ormai l’ultimo chiarore del giorno è sparito e mi rivolgo di nuovo ad Ovest, in cerca di un punto sfocato poco al di sopra della linea dell’orizzonte. L’ho individuato ma sarà lui? Inforco il binocolo e finalmente la vedo che erutta la sua coda in tutta la sua gloria. C/2011 L4, per gli amici Pan-STARRS.
E’ uno spettacolo che non capita tutti i giorni, ho avuto la fortuna di vedere altre comete negli anni passati ma ogni volta è sempre emozionante. Mi accorgo che mi sto facendo un po’ prendere come mi capita sempre in questi casi e mi spunta qualche lacrima (o sarà il freddo?). La seguo finché posso, una ventina di minuti con le mani che a malapena riescono a tenere il binocolo tanto sono diventate insensibili, finché la vedo poggiare dolcemente sulla linea dell’orizzonte, per qualche minuto è ancora visibile la coda e poi sparisce del tutto.
Mentre metto via il binocolo e scendo dal terrazzo per rientrare in casa a riprendere sensibilità alle mani comincio a pensare. Ci sono voluti 27 milioni di anni dalla prima scimmia antropomorfa all’Homo Sapiens e questa cometa in particolare tornerà fra 100 milioni di anni. Non so se il nostro pianeta, questa fragile oasi nel nulla cosmico, sarà ancora abitato per quella data ma di sicuro quelli che la vedranno passare non saranno uomini come noi. Saranno esseri superiori, spero migliori, che avranno trovato un compromesso tra benessere personale e sfruttamento delle risorse, perché se non lo avranno trovato semplicemente non saranno lì.
Le loro conoscenze saranno la summa di quelle delle persone che li hanno preceduti, e forse parleranno anche di noi, e diranno ai loro figli “l’ultima volta che questa cometa è passata qui vicino la Terra era abitata da un popolo primitivo che inquinava persino l’ambiente nel quale viveva”
Vorrei concludere con le parole di Edgar Mitchell, un uomo che ha camminato sulla Luna e che vorrei fare mie perché è esattamente quello che penso:

“Nello spazio esterno si sviluppa una coscienza globale istantanea, un orientamento verso le persone, una intensa insoddisfazione con lo stato del mondo, e un senso di costrizione a fare qualcosa al riguardo. Da lì sulla Luna, la politica internazionale sembra così meschina. Vorresti prendere un politico per la collottola e trascinarlo lontano per un quarto di milione di miglia e dire: ‘Guarda quella, figlio di puttana!’”

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